Hot Mag, 30/12/2010

giovedì 30 dicembre 2010 § 1 Commento

“Racconto storie perché mi diverte un casino”: intervista a Paolo Franchini

E dire che non mi avevano mai dato fastidio i racconti di quel tuo mondo fatto di viaggi in treno senza biglietto e senza meta, di capelli spettinati, di labbra dipinte, di caffè troppo dolci, di sorrisi sdentati, di unghie rosse di sopra e nere di sotto, di scarpe sformate, di vestiti che avresti regalato a chiunque, di domande e di risposte che avevano un senso solo per te.

(Paolo Franchini, Davvero un peccato)

 

Paolo Franchini, classe ’70, da Varese. Scrive, legge, cura antologie, disegna ed è pallido. I suoi romanzi sono “Lo strano caso della donna husky” (A.Car., 2007), “Nessuna pietà per gli inncocenti” e “Soprattutto la notte” (A.Car., 2008). Nel novembre 2010 esce il cortometraggio noir “L’uomo col toscano”, diretto da Matteo Comolli (produzione ConForma Italy), tratto da un suo racconto e del quale ha curato soggetto e sceneggiatura.

Paolo, fai un sacco di cose (non le ho citate tutte per brevità, ma le trovate qui). Al di là di tutto, sarà mica per questo che sei pallido?

Ho un vago sospetto anch’io, sai? Ci ho provato più di una volta, ma non c’è stato niente da fare: mi è davvero impossibile leggere all’aperto, al caldo, sotto il sole… Figurati un po’ scrivere, quindi. E poi, lo ammetto, mi trovo a mio agio soprattutto dopo il tramonto.

Subito prima di te ho intervistato De Cataldo: che effetto ti fa?

È una sensazione tanto strana quanto piacevole, sono sincero, soprattutto perché la cosa mi onora e mi lusinga parecchio. Chiedo scusa al papà di “Romanzo criminale” e mi permetto una battuta: mi fa più effetto pensare a chi intervisterai dopo di me, più che altro… Per capire se stai puntando in alto o se il tuo “trend” è in picchiata vertiginosa.

Parliamo de “L’uomo col toscano”: era un racconto ed è diventato un corto. Com’è successo?

È capitato per caso, posso dire, nel corso di una di quelle chiacchierate che si fanno a notte ormai fatta con il gomito appoggiato al bancone del bar. Quella volta mi capitò di parlare di libri e di cinema con Matteo Comolli, un tizio con gli occhi vispi che incrociavo ogni tanto per Varese, ma che non sapevo si occupasse – per lavoro – di riprese e regia. Prima dell’ultimo bicchiere, mi chiese di dare un’occhiata a qualche mio racconto e io fui ben contento, qualche giorno dopo, di spedirgli una mail con tre o quattro allegati. Fu “L’uomo col toscano” la storia che lo colpì, forse perché prevedeva pochi personaggi e poche location. Più semplice da far diventare un corto, quindi. Oggi, a quasi un anno e mezzo da quella serata al bar, quel racconto è sfuggito alla carta per finire anche su uno schermo. Una bella soddisfazione, nient’altro da aggiungere.

(qua sotto un filmato del backstage)

È stato difficile realizzare il corto? E poi, come ti trovi a lavorare su una sceneggiatura?

Le difficoltà maggiori, personalmente, le ho trovate nell’affrontare i tempi previsti dalla produzione: fino allo scorso anno, infatti, avevo sempre e solo scritto per le pagine di un libro o di una rivista, mai in previsione di riprese. Sono due mondi più differenti di quello che pensavo, soprattutto per le tempistiche. L’attesa fra i vari ciak, poi, spesso è davvero snervante: per le riprese che il copione asciuga in qualche riga, possono servire anche ore e, magari, ad esempio, solo per piazzare le luci e la camera al posto giusto. Il lavoro sulla sceneggiatura, invece, è stato meno problematico (e traumatico) del previsto, ma questo – penso – solo perché ho potuto scrivere tutto quello che mi passava per la testa. Avevo carta bianca, in tutti i sensi. Il regista e il resto della troupe non sempre l’hanno apprezzato, più che altro per le complicazioni tecniche causate dalla mia pignoleria, ma oramai è andata, no? Insomma, gli sarà passata… Non credi?

Parliamo dell’antologia benefica “365 storie cattive” (qua il sito). Tanto per cominciare, quando mi inviti a Varese a parlarne?

Spero ci si possa incontrare presto: sono in contatto con diverse persone per presentazioni a Varese e altrove. Il progetto benefico sta andando bene, molto bene. Anzi, quasi meglio del previsto, potrei dire. Sul sito ufficiale http://www.365web.tk si può raccogliere qualsiasi notizia sulla pubblicazione, dalle biografie di tutti e i 365 autori, ai rendiconto di incasso e versamento.

Perché hai voluto fare questa antologia?

Per dare una mano alla A.I.S.EA Onlus, l’associazione che raggruppa le famiglie italiane con un figlio colpito da Emiplegia Alternante. È una sindrome più che rara: i casi diagnosticati in Italia, infatti, sono circa 40. Troppo pochi per interessare davvero chi si occupa di ricerca. Oltre che la raccolta fondi, quindi, è importante far conoscere questo genere di realtà.

Soprattutto la notte” è il tuo ultimo romanzo. Varese è indispensabile per i tuoi noir?

Varese è un contenitore per le mie storie, tutto qui. È la scatola in cui vivo anch’io e che, per questo, mi sembra giusto usare. Forse perché la conosco abbastanza bene per sapere in quale angolo, e in quale momento, far capitare una determinata cosa. Bella o brutta che sia.

Ti interessa che i tuoi romanzi siano classificati sotto un genere piuttosto che un altro?

No, affatto. Anche perché le etichette non mi sono mai piaciute più di tanto.

Perché racconti storie?

La risposta è banale, lo so, ma lo faccio perché è una cosa che mi diverte un casino. Fino a qualche anno fa, le raccontavo solo a me stesso, oggi le pubblico anche: non c’è molta differenza, per come la vedo io.

Esiste davvero una letteratura di serie B e una di serie A?

La risposta politicamente corretta sarebbe un “no” secco, ma mi chiedi questa cosa proprio sotto Natale: ho ancora davanti agli occhi i mille totem di libri inutili innalzati nelle librerie in cui mi è capitato di infilarmi… Facciamo così: per questa domanda, ci possiamo risentire tra qualche mese? Prima dell’estate, però, sennò saremo alle prese con i nuovi totem da ombrellone e infradito…

Un romanzo che deve fare? Consolare, intrattenere, farti il solletico? Farti dormire, annoiarti  fino alla morte? O cosa?

Deve appassionare, per prima cosa. Deve regalare la voglia di girare le pagine, deve dare frenesia, quasi. E poi deve (o dovrebbe, almeno) farti scoprire qualcosa che non sapevi. Anche di te stesso, perché no?

Cosa stai leggendo in questo periodo?

Mi sto riconcedendo un po’ di John Fante e un po’ di Giuseppe Pontiggia. Senza fretta, a giuste dosi. Penso che questi due autori andrebbero fatti leggere nelle scuole, sai? Sono due biro che farebbero appassionare i ragazzi, avvicinandoli davvero ai libri e alla lettura. Altro che ebook e ammennicoli vari.

Che musica ascolti?

I veri “classiconi”, di solito, sia pop sia rock. Ma anche stavolta, niente etichette. Ascolto tutto quello che mi piace, insomma, a seconda dei momenti e delle situazioni.

Siamo nel 2011. Tra poco. Cosa ti auguri e cosa ci auguri.

Salute, affetti e senso dell’umorismo. Tre ingredienti che non dovrebbero mai mancare.

A cura di Sergio Paoli per “Rumori di fondo”: http://hotmag.me/rumorifondo/?p=535

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§ Una risposta a Hot Mag, 30/12/2010

  • Joe Perfiumi. ha detto:

    Adoro Giuseppe Pontiggia perchè ci ha dato ‘ La morte in banca’.Più che una possibilità, una stupenda via d’uscita.

    Joe Perfiumi.

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